Il cestino dei cotoni – dove oltre a spolette e rocchetti ci sono aghi, ditali, bottoni, forbici, nastrini e anche qualcosa che pur non servendo per cucire si lascia stare nel cestino


Sorelle

Quelle di Esenin
si chiamavano Shura e Katia.
Quelle di Majakowskij
Ludimilla e Olia.
Le mie 
Nina e Raza.
E tutte sono morte.
Raza e Nina
a cinquanta giorni di distanza.
Sono morte
o a dire il vero sono state uccise dagli stenti?
Devo cercare da qualche parte
una nuova sorella.
Perché io non posso
non essere fratello

Izet Sarajlić


 

«Dicono che Totò fosse principe. Una sera a cena diede una mancia di ventimila lire a un cameriere. Di solito i principi non danno simili mance, sono molto taccagni. In realtà era un piccolo borghese.»
 
Pier Paolo Pasolini

 

Erasmo Damato
più noto come
Mino Damato

 (Napoli, 1º dicembre 1937Roma, 16 luglio 2010)

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 «Far libri, stamparli, leggerli, scriverli, raccoglierli, venderli, recensirli, nella mia vita mi sembra di non aver fatto altro, come se un’ossessiva passione mi avesse travolto appena ragazzo. Eppure da sempre mi è sembrato non privo di significato farli qua, dov’ero cresciuto, nella nostra terra, magari a Venezia. Quando cominciai lo sapevo e non lo sapevo che la Serenissima era stata la patria del libro, che proprio nell’isola aveva preso forma e si era definito all’alba del Cinquecento, quello strano mestiere che è far l’editore, grazie a Aldo Manuzio, il principe e il principio di tutta la storia dei libri. Per questo continuo a fare libri a Venezia, come se il tempo che intanto è passato non sia bastato a cancellare una storia che ha ormai cinque secoli e più.»

Cesare De Michelis


 I ricordi di Emma Gramatica,
sette puntate radiofoniche,
dal 19 maggio al 26 giugno 1954

Emma a Parigi      

Una infanzia
avventurosa

Emma con D’Annunzio

Emma e
la signora Duse

Ricordi viennesi

A Mosca e
a Vienna

In Argentina:
attrici d’oltreoceano
    Borgo San Donnino, 25/10/1874  
Roma, 8/11/1965  

Consigli alla signora che vuole
“arrivare”

Abbia un cuoco francese, elargisca laute somme alle Opere benefiche capeggiate da dame autorevoli; inviti spesso qualche nobile, decaduto ma à la page, disposto a consigliarla e a pilotarla in cambio di un posto sempre disponibile a tavola.
Abbia una casa arredata da un decoratore di gusto sicuro e piuttosto tradizionale (quadri moderni se crede, ma mobili antichi) e quando riuscira’ a riunire nel suo salotto un mazzetto di marchese e contesse non imiti di colpo i loro modi di parlare; non inserisca a vanvera parole straniere nella conversazione; non inauguri un’aria annoiata e blasèe; si dimostri invece felice di riceverle, di stare fra loro, dia a ognuna l’impressione che e’ quella, fra tutte, che lei ammira di piu’.
Non evochi i “pensionnats svizzeri” della sua infanzia, “la collezione di porcellane cinesi” di suo padre, la “classe” che aveva sua nonna.
Perderebbe di colpo la loro benevolenza.
Meglio, piuttosto inserire frasi di questo genere:
“Io che non ho avuto un’infanzia privilegiata come tutte voi..”, “Mio padre che si e’ fatto da sé…” ecc.
Si dira’ di lei che ha l’orgoglio di essere quello che è, e il coraggio di non rinnegare le sue origini.
Non si associ troppo presto ai pettegolezzi delle nuove amiche, non dichiari che “il cenino della duchessona era una barba”. Per molto tempo ancora questo linguaggio e queste malignita’ sono vietate.
Se qualcuno pronuncia il sua presenza un commento del genere, potra’ rispondere:
“Può darsi, ma in tutti i casi io invidio alla contessa i due Tiepolo del salone…”, che non c’entra nulla, e’ vero, ma deporrà per la sua discrezione e per il suo amore dell’arte.
Per concludere, se un giorno si accorgera’ che nel mondo della “crema”, non e’ tutto oro quello che riluce, non si atteggi a Grande Disillusa; dimostrerebbe sono leggerezza e malafede.
In quel mondo lei ha voluto entrare non per crearvi delle amicizie profonde, ma delle conoscenza brillanti.
Non per riempire il vuoto d’animo, ma per riempire il suo salotto.
E tutto sommato ha avuto quel che ha voluto.

da “Saper vivere” di Colette Rosselli


La violenza ha le proprie radici nella debolezza
(Seneca)


  BÀULE E BAÙLE
 

Si sa che i meridionali hanno l’abitudine di far risalire l’accento di alcune parole e di alcuni nomi; e di zanzara fanno zànzara, di Cavoùr fanno Càvour. Ora mi avvenne di recente di udire un meridionale dire bàule invece di baùle, a tutta prima imputai questa disaccentazione della parola baule alla sttessa ragione di eufonia sui generis; ma poi scoprii che la vera cagione dello spostamento dell’accento in baule è un’altra e molto più curiosa. Ed è che in alcuni paesi del Mezzogiorno baùle significa anche cassa da morto, onde quando la parola baule è usata come «cassa per viaggio» (nell’altro suo significato essa è la  «cassa per l’ultimo viaggio») si sposta l’accento per evitare la confusione, e soprattutto per evitare la jettatura.

Alberto Savinio (Andrea Francesco Alberto De Chirico)
 


Non temo il tribunale della morte
(Lucio Anneo Seneca)

Vicino al momento della prova, vicino a quell'ultimo giorno che deciderà di tutti i miei anni, così veglio su me stesso e mi parlo. Non conta nulla la stima degli uomini: essa è sempre dubbiosa e accordata tanto al vizio quanto alla virtù; non contano gli studi di tutta la vita: la morte sola è il giudice nostro. Le dispute filosofiche, le dotte conversazioni, i precetti della sapienza non dimostrano la vera forza dell'animo: anche gli uomini più vili hanno un linguaggio da eroi. Le opere tue appariranno solo all'ultimo tuo respiro. Io accetto questa condizione: non temo il tribunale della morte.


  
A Zacinto
 

Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell'onde
del greco mar da cui vergine nacque
 
Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l'inclito verso di colui che l'acque
 
cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.
 
Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.

 

Ugo Foscolo